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Prologo. Una giornata a orologeria.

La luce del mattino entra a fatica dalle persiane, ma il vero sole brilla nello schermo.

6 notifiche, 2 messaggi, 14 interazioni. La giornata di Ninsei inizia con il pollice che scorre, come tutti i giorni.
10:45. Colazione.
Sistema il cucchiaino, inclina leggermente la tazza, alza la tendina per la luce giusta. Tre scatti: uno dall’alto, uno con il cappuccino che sembra latte scolorito, uno con la brioche che finge di essere artigianale. Didascalia ispirazionale [Start your day with love].
11:30. Estetista.
Entra come cliente ed esce come contenuto: maschera al carbone vegetale, scatto allo specchio e didascalia studiata con cura [Fav beauty ritual].
La signora di mezza età che attende il suo turno la guarda stranita. Per lei è un trattamento, per Ninsei un set fotografico.
13:30. Avocado toast.
Lo fotografa da tre prospettive: zenitale, diagonale, prospettiva forchetta. Pubblica, mastica lentamente e pensa che in fondo…


1. Una nuova valuta. Emotiva e digitale.

Un capitale che cresce in borsa solo finché qualcuno guarda. L’economia del consenso istantaneo è come un applauso muto: vale meno di un gettone, non paga affitti, né bollette.

Ninsei non era abituata ad alzarsi presto.
Le serate con gli amici, le frequentazioni di locali cool e gli After-hours la tenevano attaccata al letto.
Per l’occasione, decise di mettere sveglie multiple; domani, era il giorno del suo primo colloquio “vero” di lavoro. Una alle 7:15, una alle 7:30, una alle 7:45 e una “ultima spiaggia” alle 8:00. Non si fidava di se stessa, e forse nemmeno del tempo. La parola stessa, colloquio, le faceva venire in mente una specie di esame scolastico travestito da conversazione informale. Tutti a dire: tranquillaaa, è solo una chiacchierata…”, ma lei lo intuiva: era un giudizio. E se andava male, non c’era appello.
La sveglia delle 7:15 suonava con una canzone allegra che odiava.
Il telefono brillava accanto a lei come un faro disperato: tredici notifiche di Instagram, tre cuori su Facebook, sette richieste su…


2. Colloquio 1.

Mette una certa ansia, ma in realtà è molto semplice. Tu reciti la parte migliore di te stessa. Loro decidono se lo spettacolo merita un contratto.

La hall era bianca, troppo bianca.
Ninsei si sentiva come dentro una clinica estetica, o un filtro Instagram messo al massimo. C’erano altre tre persone sedute, tutte con lo sguardo fisso sul telefono. Nessuno parlava.
Una ragazza scattava selfie fingendo di leggere un giornale. Un ragazzo in giacca e sneakers stava preparando un reel motivazionale [Hustle-Grind-Neverstop].
Ninsei era tesa. Era lì per un colloquio da social media manager.
Lei, che postava decine di foto al giorno e a volte la cancellava subito, lei, che si perdeva nei feed altrui e finiva sempre col sentirsi più povera, più stanca, più sbagliata. Lei, che non sapeva neanche se “engagement” si scrivesse con la “e” o con la “i”. Quando la chiamarono dentro, erano le 9:17.
Trovò una stanza luminosa con un tavolo minimal…


3. Inbox.

L’Agenzia non risponde, ma Amazon sì: mi ricorda che ho dimenticato un tostapane nel carrello.

Ninsei tornò a casa con i piedi che le facevano male e la testa che faceva peggio. Si buttò sul letto ancora vestita, fissando il soffitto bianco come se potesse dargli una risposta.
Aprì il suo iPad. Inbox: hai trentadue nuovi messaggi. Solo Spam e pubblicità. Aggiornò. Niente. Aggiornò ancora. Ancora niente.
Come se la sua vita dipendesse da quel ding che non arrivava mai.
Nel frattempo, sul suo iPhone, Instagram le notificava tredici nuovi like e sei nuove reaction.
Ecco il buffo: il mondo digitale la voleva sempre, il mondo reale no.
Dopo un po’, decise di distrarsi. Scrollò il feed. Tutti sembravano felici: gite, viaggi, aperitivi. Persino Marta, la sua compagna antipatica…


4. Il gruppo WhatsApp.

La vera ansia non scade mai. Semplicemente vibra.

Il gruppo si chiamava Deadline.
Nome piuttosto ironico, perché nessuno lì dentro aveva mai rispettato una scadenza. Nato per “coordinarsi sugli esami universitari”, dopo due giorni era diventato un deposito di meme, vocali incomprensibili e link a video di TikTok.
Ninsei lesse i messaggi e si chiese chi fosse ancora convinto che il Dress Code coloratissimo fosse sinonimo di allegria.
Lei aveva il guardaroba pieno di nero, grigio e qualche camicia bianca sopravvissuta a colloqui di lavoro falliti.
E quanto al sushi All You Can Eat, non era questione di entusiasmo: era l’unica liturgia rimasta a una generazione che non poteva permettersi…


5. Elodie.

Il corpo come progetto, il pensiero come optional.

Elodie ha sempre un piano. Non per il futuro, ma per il fisico.
Sa esattamente che giorno è glutei, qual è total body e quando si può concedere un aperitivo senza sensi di colpa, purché venga compensato da una doppia sessione il giorno dopo. Il suo corpo non è un corpo: è un investimento a medio termine, una startup da mantenere performante, visibile, presentabile. La mente, invece, è rimasta a un livello base, funzionale, mai profonda. Non inutile: semplicemente non necessaria.
Elodie non ha idee, ha convinzioni: brevi, ripetibili, rassicuranti. Frasi come “basta volerlo”, “dipende tutto da come ti poni”, “se non sei felice è perché non ti impegni abbastanza”, le dice spesso. Non perché ci creda davvero, ma…


6. Flavio.

Il parassita brillante.

Flavio si definisce un nerd.
Lo dice con orgoglio, come se fosse ancora una parola scomoda, ribelle, marginale. In realtà è solo una scusa ben confezionata per non crescere. È appassionato di videogiochi. O meglio: vive nei videogiochi. Non gioca per divertirsi, gioca per occupare il tempo. Le sue notti sono sessioni infinite online, cuffie in testa, microfono aperto, sarcasmo sempre carico.
Ride forte, insulta in inglese, spiega le meccaniche a chi non gliele ha chieste. Quando perde, è colpa di un bug. Quando vince, è perché “è ovvio, raga”.
Flavio non lavora.
Non “non ha ancora trovato la sua strada”: non lavora e basta. Vive di rendita, parola elegante per dire che i genitori gli passano i soldi con regolarità, come un aggiornamento automatico del conto. Affitto pagato, bollette saldate, frigorifero che si riempie da solo. La precarietà è un concetto che conosce solo…


7. Sara.

La leggerezza che pesa sugli altri.

Sara non è cattiva per scelta. È cattiva per distrazione. Non pensa prima di parlare, non riflette dopo aver parlato.
Le parole le escono come glitter: brillano un attimo, poi restano appiccicate ovunque, difficili da togliere. Se feriscono qualcuno, è un effetto collaterale.
Non se ne accorge quasi mai.
Sara è fissata con il make-up. Non nel senso artistico, non come linguaggio: come rifugio. Base, correttore, illuminante. Il volto è una superficie da correggere, non un’espressione da capire. Passa più tempo davanti allo specchio che davanti a una domanda vera. Parla di palette come fossero testi sacri. Sa riconoscere un fondotinta dal sottotono, ma non distingue la tristezza dalla stanchezza. Per lei tutto si risolve con una frase semplice: “Vabbè, truccati un po’ e passa”.
Sara guarda trash.
Reality, talk urlati, processi televisivi…


8. Marchino.

Corre veloce, come la merda nei tubi.

Marchino arriva sempre in ritardo.
Non per scelta, non per ribellione: per natura. È come se vivesse con qualche secondo di scarto rispetto al resto del mondo, una latenza permanente che nessuno ha mai provato a correggere.
Nel gruppo lo sanno tutti. “Vabbè, è Marchino”.
È la frase che lo assolve da tutto: dalle assenze, dai silenzi, dalle risposte mancate. Non lo si aspetta davvero, non lo si ascolta fino in fondo. È tollerato, come si tollera un rumore di fondo.
Marchino è un po’ stordito, un po’ confuso. Non stupido nel senso cattivo del termine, più che altro scollegato. Fa fatica a seguire i discorsi lunghi, perde il filo, annuisce spesso senza aver capito.
Però è buono. Buono davvero, senza strategia. Non giudica, non…


9. HappyBtoU.

Hashtag, filtri e sorrisi forzati. Più della glassa.

Elodie avrebbe compiuto venticinque anni. O ventisei. O ventiquattro.
Nessuno lo sapeva con certezza, forse nemmeno lei. Ma l’importante era la festa. E le stories.
Il locale era uno di quei posti che su Instagram sembrano fighissimi: luci soffuse, parete di neon rosa con scritto “good vibes only”, cocktail serviti in bicchieri grossi come vasi da fiori e camerieri che sembravano usciti da un casting per una serie Netflix che non aveva mai visto, ma avrebbe voluto vedere. Ninsei non voleva andarci. Avrebbe preferito restare a casa a guardare qualche documentario strano su YouTube. Tipo “Perché i gabbiani urlano” o “La vera storia delle patatine Pai”. Ma alla fine c’era andata.
Il gruppo aveva iniziato a bombardare di messaggi dalle 16.43.
Alla fine, Ninsei aveva optato per il solito compromesso: outfit apparentemente curato, trucco effetto acqua e sapone con almeno…


10. Green Deal.

Lancia un mozzicone di sigaretta ancora accesa dal quarto piano, e quelli del primo piano esprimono un desiderio.

La porta si chiuse dietro di lei con quel rumore metallico che sembrava sempre un punto fermo: fine della giornata, inizio disordine.
I nostri nonni si svegliavano con il canto del gallo, pensò, a noi invece è toccata la raccolta del vetro. La sua stanza era un campo di battaglia: vestiti neri accatastati sulla sedia, bicchieri mezzi vuoti accanto al letto, un pacco Temu ancora sigillato dimenticato da giorni. Ninsei si tolse le scarpe e si lasciò cadere sulla sedia, che cigolò come un vecchio segreto. Aprì la finestra: un soffio di aria tiepida, mescolato all’odore di fritto del vicino, le ricordò che il mondo fuori esisteva ancora.
Poi, quasi per caso, lo sguardo le cadde su un sacchetto di plastica pieno di lattine vuote, fattoletti usati e resti di non si sa che cosa.
Era da settimane che diceva a se stessa: da domani Waste sorting. 
Domani.
Domani.
Domani.
La stessa parola che usava per il CV, per la palestra, per tutto ciò che non aveva voglia di affrontare.
Ma quella sera qualcosa scattò. Forse perché, dopo aver sopportato…


11. Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer, Intersex, Asexual, Plus (pansexual, non-binary, agender, etc.).

Arcobaleni in saldo.

Ninsei ci finì quasi per caso, al Pride.
Non per convinzione politica, di certo non per attivismo LGBTQIA+: per curiosità, forse per simpatia. Per quella voglia di esserci che spinge a partecipare anche quando non sai bene il perché. O più semplicemente perché passava di li a quell’ora.
Un po’ come con il sushi all you can eat: non lo fai per fame, lo fai per non restare fuori dalla foto di gruppo.
Appena arrivata, fu travolta dal colore.
Ovunque arcobaleni, coriandoli, piume di struzzo, occhiali a forma di cuore (by Temu naturalmente). Per un attimo pensò di aver sbagliato evento: più che una manifestazione politica sembrava il backstage di un festival sponsorizzato da un marchio di energy drink. Sul primo carro campeggiava un enorme striscione: Love is Love (Powered by FLUIDE).
Un altro carro era tappezzato con marchi di banche (le stesse che il resto dell’anno non concedevano prestiti se non eri affidabile). Oggi però, in mezzo ai coriandoli, sembravano tutte improvvisamente…


12. Colloquio 2.

È come il primo ma con il blazer più stirato e l’autostima più stropicciata.

Il secondo colloquio arrivò come arrivano sempre le cose importanti nella vita di Ninsei: in ritardo e con una notifica anonima. Un’email scarna, senza fronzoli:
Oggetto: Candidatura accettata – Colloquio conoscitivo
“Gentile candidata, ci piacerebbe incontrarla domani alle ore 10:00 presso i nostri uffici. Cordiali saluti. Team XYZ.”
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Questa e-mail e i suoi allegati sono destinati esclusivamente ai destinatari indicati e possono contenere informazioni riservate.
Qualsiasi uso non autorizzato, diffusione o copia è vietato. Se hai ricevuto questo messaggio per errore, ti preghiamo di cancellarlo e avvisarci immediatamente. Resta aggiornato sulle nostre attività – Seguci sui social – Iscriviti alla nostra newsletter. Visita il nostro sito web: www.xyz.biz
Nessun nome, nessuna firma. Solo una sigla, tre lettere messe lì come…


13. La vera fame è fuori dallo schermo.

Un necrologio televisivo in diretta: disadattati che sopravvivono per non sparire del tutto; reperti che si muovono, litigano e piangono a comando. Il museo del trash.

Ninsei tornò a casa col solito bottino del giorno: stanchezza, rassegnazione e l’amara sensazione di aver buttato ore preziose a raccontare di sé a gente che non l’ascoltava. Lo startupper con la felpa oversize e la pianta di plastica dietro la scrivania non la richiamava di sicuro. Al massimo l’avrebbe onboardata in un’altra illusione. A tempo determinato.
Appena entrata, appoggiò la borsa e il telefono vibrò. Era il gruppo Deadline.27 notifiche.
Sticker animati, vocali infiniti, meme di dubbio gusto e, in mezzo, l’annuncio cruciale: «Stasera tutti da me, pizza e Isola dei Famosi. Obbligatorio esserci».
Un sorriso amaro le increspò il volto. Dalla delusione del colloquio alla tristezza della serata il passo era breve: la generazione che…


14. Error 404_Life Not Found.

Il codice sorgente della disperazione.

La notizia arrivò nel modo più assurdo e prevedibile. Sul gruppo, 83 notifiche da leggere.Tra i soliti sticker e gli stupidi meme, ecco il colpo secco [Raga… Max non c’è più.] Cinque parole che, per qualche secondo, sembrarono un errore di battitura. Poi i punti interrogativi, i messaggi isterici, i [no dai smettila], e infine il link a un articolo di giornale scritto male, con il solito titolo clickbait:
“Giovane web designer trovato morto in casa, si indaga sul gesto estremo.”
Max.
Compagno di studi, uno di quelli bravi senza nemmeno sforzarsi troppo. Capelli sempre un po’ arruffati, l’aria da disilluso ancora prima di finire l’università, ma con un talento naturale per i computer. Era tra i pochi che, durante i corsi di grafica, capiva davvero…


15. Scrollando l’aldilà.

La morte in doppia copia. Amen and Reaction.

Il pomeriggio del funerale pioveva, come in tutti i cliché possibili. Una pioggia sottile, fastidiosa, che non bagnava davvero ma si infilava sotto i vestiti. Ninsei si specchiò nell’armadio e rimase a fissare i suoi vestiti neri, gli stessi usati nei colloqui di lavoro falliti. Ne scelse uno a caso, pensando che in fondo l’abito per un funerale e quello per un colloquio erano intercambiabili: in entrambi i casi serviva a dimostrare serietà davanti a un giudizio esterno.
La chiesa era in periferia, grande ma desolata. Davanti, un tappeto di ombrelli neri come funghi velenosi piantati nell’asfalto. Gli amici del gruppo Deadline erano già lì: visi stanchi, giacche improvvisate, scarpe inadatte alla pioggia. Ognuno reggeva il telefono in mano come se fosse un rosario digitale. Ninsei li salutò uno a uno. Alcuni sorridevano in modo fuori luogo, altri si sforzavano di apparire distrutti.
In realtà tutti erano imbarazzati: quando muore qualcuno della tua età, non sai mai come comportarti. È troppo vicino, troppo…


16. Colloquio 3.

La fabbrica dei creator. CV vs. Algoritmo.

Messaggio in chat privata: [Ninsei, ho trovato la cosa giusta per te]. Era Elodie, l’amica del gruppo Deadline che passava più tempo in palestra e a fare stories che a vivere. Viveva con il telefono incollato alla mano, come se fosse un’estensione del suo corpo.
[Un’agenzia fighissima sta cercando una digital creator. È il tuo momento, ti ci vedo benissimo!]. E poi: [Sono amici miei, li ho contattati e ti apettano già domattina!!! wooooo]. Ninsei rimase in silenzio un attimo, immaginando Elodie che raccontava tutto con l’enfasi di chi parla di una chiamata divina. Digital creator. un’etichetta così vuota da sembrare importante. Un tempo si diceva scrittrice, fotografa, grafica, comunicatrice. Oggi bastava aggiungere “digital” davanti a qualsiasi cosa e subito acquisiva un’aura mistica.
Digital strategist, Digital content, Digital dreamer. Tradotto: lavorare tanto, guadagnare poco. Nonostante lo scetticismo, Ninsei decise di andarci. Non tanto per speranza quanto per inerzia (era stufa di…


17. Apericena Generation.

Un compromesso che definisce. Il buffet tiepido di un’intera generazione.

Il giorno dopo il colloquio, il telefono di Ninsei vibrò. Era Elodie. Tre messaggi in sequenza:
[Allora??].
[Com’è andata???].
[Ti va un’apericena stasera?… così mi dici daiiii].
La parola apericena rimbalzò nello schermo: un ibrido linguistico che non significava nulla ma che tutti fingevano di capire. Un tempo c’erano gli aperitivi e le cene, due momenti distinti, con ruoli precisi: il primo era per bere qualcosa, il secondo per mangiare davvero. Poi qualcuno ha deciso che potevano fonderli (ottimizzando tempi e costi) e farne un compromesso fallimentare: troppa roba per un aperitivo, troppo poca per una cena. Risultato: un miscuglio di roba scadente vicino alla scadenza, bicchieri annacquati e la sensazione persistente di non aver mangiato né bevuto abbastanza. Elodie adorava le apericene. Diceva che erano “social”, che “si risparmia” e che “c’è sempre un sacco di…


18. La laurea dietro al bancone.

Curriculum premium, vita in saldo. Quando il tuo CV vale meno di uno sottocosto del Discount.

Dicembre arriva come una sentenza.
Le luminarie si accendono in centro, i negozi traboccano di addobbi, i supermercati, in realtà, vendono panettoni da metà novembre. Tutto sembra festoso, tranne il conto in banca di Ninsei. Il frigorifero racconta la verità meglio del suo CV: fiocchi di latte dimenticati, un pacco di pasta mezzo vuoto, un limone rinsecchito. Il resto è aria fredda e odore di plastica. L’affitto bussa, le bollette urlano, e nessuna email di lavoro sembra volerle dare una mano. Il suo CV è un romanzo pieno di titoli: laurea in Scienze della Comunicazione, un master, tre stage non retribuiti, corsi extra di copywriting e marketing digitale. Un curriculum che avrebbe potuto impressionare chiunque, tranne chi davvero assumeva.
Un giorno, navigando senza scopo su un portale di annunci, trovò l’offerta: MediaWorld cerca personale per il periodo natalizio.
Reparto smartphone, contratto di…


19. Nero, come il venerdì.

Il giorno in cui compri cose che non ti servono con soldi che non hai. Un funerale del buon senso: come per le diete detox, promesse che durano un giorno.

Il 27 novembre, alla buon ora sul gruppo Deadline esplose l’entusiasmo:
[Raga, venerdì tutti in centro! Black Friday, mega offerte, Shopping time]. Elodie, come sempre, era la prima a organizzare.
[Ci troviamo davanti a Zara alle 15, così giriamo tutti insieme. Ragazzi, ci sono sconti incredibili!]. Flavio aggiunse un vocale di quaranta secondi, che in realtà poteva riassumersi in tre parole: “TV in offerta.” Solo leggere quei messaggi fece venire a Ninsei una fitta allo stomaco.
Non aveva soldi. Aveva appena pagato l’affitto (in ritardo) e sapeva che il conto era più vuoto del suo frigo. L’idea di passare un pomeriggio a guardare gli altri fare acquisti compulsivi le sembrava una forma di tortura medievale. Scrisse quindi una bugia bianca [Raga, io passo… febbre-tisanacalda-aspirina-letto]. Sara rispose subito con una sfilza di cuori: [Nooo tesoro guarisci presto]. Flavio, più realistico, commentò: [Sei la prima persona che non partecipa al Black Friday, sei praticamente una…


20. Rosso Mediaworld.

Dal CV alle vetrine, senza passare dal via: dieci ore in piedi per un mese di sopravvivenza.

Primo dicembre.
Le vetrine della città esplodevano di luci natalizie, mentre dentro MediaWorld il Natale era già iniziato da settimane. Luci lampeggianti, casse Bluetooth che sparavano jingle ridicoli, espositori pieni di smartphone, tablet e accessori infilati ovunque come addobbi tossici. Ninsei arrivò alle 8:45, puntuale ma già frustrata, con la polo rossa che le avevano consegnato la sera prima. Appena infilata, aveva avuto la sensazione di perdere dieci anni di vita: il tessuto sintetico pizzicava, il logo cucito sul petto brillava come un marchio a fuoco.
Era ufficialmente parte della “squadra”.
Ad accoglierla, o meglio a ignorarla, c’era la capa reparto: una donna sui 40, capelli tirati, sguardo da scanner per barcode. «Tu sei la nuova? Bene. Reparto smartphone. Li trovi lì. Comincia a sistemare gli espositori.» Ninsei provò un sorriso incerto: «Va bene…». «Non va bene, subito. E stai attenta: ogni modello deve avere il cartellino dritto e l’allarme inserito. Non voglio furti al…


21. Divani finti in salotti finti.

L’altare gialloblù del design democratico.

Il Natale si avvicina e Ninsei è sempre più stanca. L’impegno da Mediaworld la sta prosciugando: non più apericene, nessuna serata mondana, figuriamoci gli after-hours. Ma il problema vero è la sua presenza limitata sui social: meno post, meno reel, meno interazioni. Ed è qui che deve fare attenzione: se da un lato è scusabile dati i turni massacranti, uscire dalla ripetizione dei post compulsivi ([dico_a tutti_qualsiasi_cosa_sto_facendo_a_qualsiasi_ora_escluso_quando_sono_seduta_sul_cesso] può diventare pericoloso, potrebbe andare in out.
All’improssivo un messaggio condiviso: la scintilla partì da Flavio: [Raga, sabato Ikea. Mi serve la Kallax, e già che ci siamo mangiamo le polpette]. Sul gruppo Deadline fu subito consenso generale.
Elodie rispose subito con entusiasmo da cheerleader: [Siii, adoro! Polpette, salmone e shopping per la casa…]. Marchino, distratto, commentò: [Io mi compro le candele, fanno sempre comodo… ah ahahah]. Sara accettò subito, entusiasta. Ninsei, in silenzio, fissava lo…


22. Disdici. Cancella. Conferma cancellazione.

Ogni click era una pugnalata.

Era a metà turno, nella saletta per la pausa pranzo (si fa per dire), quando il telefono di Ninsei vibrò nella tasca della polo rossa per la terza volta. Il numero in sovraimpressione, che indicava una chiamata da un fisso, era al terzo tentativo. In un attimo, un brivido: in tempi di bollette, numeri di quel tipo significavano quasi sempre brutte notizie.
Si decise a ripondere, anche perché durante l’orario di lavoro non le era permesso. «Buongiorno, sono il direttore della sua filiale…». Quel tono serio e impostato bastò a farle mancare l’aria. «Signora Rossi, volevo avvisarla che il suo conto corrente è in rosso. Consiglierei di effettuare un versamento entro pochi giorni, per evitare ulteriori spese. Vi sono dei problemi?».
Era da molto tempo che nessuno la chiamava per cognome, e questo già era sufficiente per stringergli lo stomaco più forte di qualsiasi rimprovero della capa. In rosso non era solo una cifra: era un verdetto. Era la linea rossa oltre la quale cominciava la rovina. Si accorse che la mano le tremava mentre…


23. La casa nella casa.

Disagiati tautati che si tromban tra di loro. Il nuovo Truman Show, senza Truman.

Era stata la solita Sara a lanciare l’idea sul gruppo WhatsApp: «Raga, stasera serata Grande Fratello da me. Portate snack e birra!». Nel giro di pochi minuti, la chat si riempì di emoji e cuoricini. Nessuno osava dire di no: non perché ci fosse davvero entusiasmo, ma perché il GF era ormai come una tassa sociale. Lo guardi, lo commenti, ti lamenti di quanto faccia schifo e intanto contribuisci agli ascolti.
Ninsei ci andò. Per stanchezza, per inerzia, o come al solito, per non passare da “out”. Arrivò con due pacchi di patatine discount, come lasciapassare per entrare. Sara abitava in un appartamento arredato in stile “Ikea da catalogo”: divano grigio, tavolino bianco, tappeto geometrico, lucine decorative. Un rifugio piccolo, ordinato, accogliente. Sul tavolo c’era già un’esplosione di cibo spazzatura: birre, bibite, patatine, pizzette surgelate, caramelle gommose. Il tipico buffet da “serata evento” che non aveva nulla di evento.
Il televisore occupava un’intera parete, come un altare moderno. Sopra, già in onda, la sigla del Grande Fratello con luci stroboscopiche e musica trash. Gli amici arrivarono uno dopo l’altro. Flavio con due birre artigianali “perché la Moretti fa schifo” e il solito entusiasmo da so tutto io: «Raga, stasera ci sono…


24. …è Natale è Natale si può dare di piùuu…

La festa di Babbo Visa. Una tassa annuale sull’affetto, dove i regali sono obbligatori.

Il Natale era arrivato (arriva sempre, come la morte). Non quello delle pubblicità, con famiglie sorridenti che si scambiano abbracci davanti a tavole imbandite. Non quello delle canzoni, con i cori allegri e la neve finta.
Il Natale di Ninsei era fatto di luci fredde appese per strada, di pubblicità aggressive che urlavano “compra, compra, compra”, e di un unico, immenso senso di inadeguatezza. Ovunque andasse, la città era un catalogo a cielo aperto. Le vetrine grondavano pacchetti infiocchettati, i centri commerciali risuonavano di jingle ossessivi, persino i supermercati spacciavano panettoni come se fossero lingotti d’oro.
L’aria di festa quest’anno non la contagiava: la infastidiva. Perché non c’era niente di magico in quella corsa ai regali. Solo ansia. E la sua ansia aveva un nome preciso: conto in rosso. Gli amici del gruppo Deadline avevano già cominciato a scrivere sul gruppo: [Raga, ci scambiamo i regali quest’anno, vero?] [Ci sta! Magari regali piccoli, giusto un pensierino]. Che, tradotto, significava: spendiamo poco ma…


25. Countdown senza biglietto.

Fuochi d’artificio in cielo, silenzi in chat.

Il gruppo Deadline, sembrava una pentola a pressione dimenticata sul fuoco. Ogni giorno, decine e decine di messaggi rimbalzavano sulla chat: meme con bottiglie stappate, gif di fuochi d’artificio, faccine con cappellini scintillanti. A leggere velocemente pareva un carnevale, ma sotto quella baraonda si consumava la guerra più antica del mondo: dove passare la notte di Capodanno.
Le fazioni si erano formate in fretta.
Montagna.
Flavio, fanatico della neve, come del resto di tutto, convinto che nulla fosse più “instagrammabile” di un sciata tra le piste, aveva già adocchiato uno chalet a Crans-Montana, in svizzera, con idromassaggio esterno e pacchetto spa incluso (tanto da strizzare lʼocchio a Sara ed Elodie) e un locale molto in voga chiamato Le Constellation per passare la serata. (Il locale è diventato tristemente famoso per l’incendio del 31 dicembre). Loro, per una volta, non avevano trovato posto. Tutto pieno. Una sfortuna che li aveva salvati. Tempo dopo si sarebbe parlato di uscite bloccate, di sicurezza rimandata, di alcol servito a minorenni (il lavoro non lo trovano, ma lo champagne glielo vendiamo). Erano rimasti fuori, a…


26. New year, old pattern.

Il calendario cambia, lei no.

Il 3 gennaio arriva lo stipendio di Mediaworld. Nel mondo reale significa “accredito mensile”, nel mondo di Ninsei significa un attimo di tregua, come quando un videogioco ti restituisce un po’ di vita prima del mostro finale.
Non cambia davvero nulla, ma ti fa credere per qualche ora che qualcosa potrebbe cambiare. Lei lo guarda sullo schermo (cifra modesta, appena dignitosa) e pensa: Ecco, almeno questo è reale. Almeno questo esiste.
Una cifra che nessuno può fraintendere, nessuno può giudicare, nessuno può ignorare. Una cifra che non chiede spiegazioni, che non vuole sapere dove sei stata a Capodanno, che non ti chiede “tutto bene?” Lo stipendio è l’unica notifica di cui si fida. Il 31 dicembre, invece, non c’è stato nessun evento da ricordare. Ninsei ha fatto quello che fanno i dispositivi elettronici quando sono troppo caldi, troppo stanchi, troppo pieni di file inutili: si è spenta. Letteralmente.
A letto presto, pigiama triste, zero appetito per…


27. Colloquio 4.

L’ennesimo casting per una parte che non esiste. L’industria del quasi.

Il 5 gennaio, quando metà mondo sta ancora cercando di digerire il pandoro, Ninsei ha già un nuovo colloquio. Aveva mandato lei la mail con una richiesta (una candidatura spontanea) ormai lo scorso anno, e oggi non si ricordava a chi né che cosa facessero, talmente tante ne aveva inviate. Ok, proviamoci, ormai non abbiamo nulla da perdere. Dopo la solita liturgia della vestizione (questa volta più spicciola e con meno aspettative) Ninsei esce per strada. La città è lenta, i bar fanno cappuccini pigri, i treni hanno il respiro corto. Le persone non sono ancora tornate davvero: sono in modalità “riavvio di sistema”. L’incontro che la aspetta è un colloquio da videomaker, che oggi significa praticamente tutto e niente: un ibrido strano tra tecnico, creativo, psicologo, babysitter emotivo dei clienti e sacerdote del contenuto verticale.
L’agenzia si chiama Bright Pop Studio.
Un nome che sembra uscito da un generatore automatico di brand: un sostantivo energico + un aggettivo motivazionale + la promessa implicita che saranno come al solito “giovani e…


28. Amici nostri (ma molto alla lontana)

L’ospedale della meritocrazia immaginaria.

Il pomeriggio del 7 gennaio Ninsei riceve un messaggio sul gruppo che non controllava da ore: «Raga domani pom guardiamo Amici da me? Wooooooo… Ci sta che c’è dentro Christian, ve lo ricordate?!!!»
Christian. Chi diamine è Christian?
Dopo cinque minuti di scorrimento mentale del registro universitario, Ninsei ricorda vagamente un ragazzo che frequentava il laboratorio di videoarte: capelli troppo perfetti, aria da eterno protagonista, un’intolleranza evidente per la mediocrità degli altri, non della sua. Non ci ha mai parlato più di due volte. Gli amici nemmeno. Ma ora che è entrato ad Amici, all’improvviso è diventato “uno dei nostri”.
La forza magnetica della fama, anche la più periferica, è impressionante. Ovviamente accetta. O meglio: manda un [ahahah top] che in millennialese significa “non so se voglio, ma mi sento obbligata dalla dinamica sociale”.
Dopo il San Silvestro saltato non poteva più permettersi di defilarsi.
Quando arriva, la casa di Sara è già allestita come…


29. Gennaio. Il mese degli eroi da palestra.

Dove il gruppo confonde la motivazione con la chat di gruppo.

Il giorno dopo il pomeriggio trash con Amici, il gruppo WhatsApp ricomincia a vivere. Non per un’emergenza, non per un compleanno, non per un aggiornamento sul famoso Christian ballerino.
No. Torna a vibrare per il grande rituale annuale dei giovani stanchi: l’idea di iscriversi in palestra.
Alle 9:14 la prima scintilla.
Elodie: «Ragazzi!!! Dai quest’anno Palestra tutti insieme…».
Ogni gennaio Elodie fa così. Come un servizio pubblico. Come la Befana dei buoni propositi.
È quella del gruppo che vive convinta che la vita si possa ristrutturare a colpi di entusiasmo e leggings nuovi.
Ha già salvato nel telefono una cartella chiamata “New Me”, con piani di workout, screenshot di asset motivazionali presi da Instagram e citazioni di tiktokers che vivono a Dubai. Nel gruppo nessuno è sveglio davvero, ma il messaggio di Elodie ha l’effetto di un allarme motivazionale: più disturbante che utile. Ninsei lo legge mezz’ora dopo, con un occhio ancora semichiuso e la faccia incollata al cuscino. Il resto del gruppo


30. Ultimo accesso, ore 03:47.

Signora mia, se non le basta la pensione con un poco di passione può sbancare su OnlyFans

Ninsei iniziò a sparire come scompaiono le cose che nessuno vuole vedere davvero: lentamente, in silenzio, senza fare rumore. Prima smise di rispondere subito ai messaggi. Poi smise di rispondere, punto.
Le spunte blu divennero tombe digitali: testimonianze mute di conversazioni che non sarebbero mai arrivate da nessuna parte. Sul gruppo Deadline compariva ogni tanto, un [ok], un pollice alzato, un’emoji buttata lì come obolo minimo per dimostrare che era ancora viva. Gli altri continuavano a scrivere, a mandare meme, a fare battute, a usare il gruppo come l’ennesima flebo emotiva quotidiana. Lei no. Lei si ritirava.
Era come se qualcuno avesse messo la sua presenza in slow motion.
E sui social era anche peggio. Il suo profilo Instagram, una volta fitto di storie, commenti, foto con filtri patinati e pose studiate, ora era un deserto abbandonato. Sembrava la pagina di una persona che aveva deciso di abbandonare la civiltà per vivere in un eremo, tranne che Ninsei non aveva…


31. TimeOut

Segnale assente, giudizi presenti. La generazione più vista e meno capita della storia.

Elodie: «Raga ma Ninsei?… È tipo evaporata. Neanche un ciao da giorni».
Flavio: «Io ve lo dico: quando uno sparisce così, sta facendo qualche drama inutile. Classico».
Sara: «Secondo me sta solo cercando attenzioni. Fa la misteriosa, la dark, la sparita. Il solito cliché».
Elodie: «No ma poi è strano… Prima era sempre online, sempre presente. E ora? Silenzio cosmico. Niente. Chi si crede di essere».
Flavio: «Boh, a me questa cosa del ho bisogno dei miei spazi fa ridere. Quando la gente fa così vuol dire che gli gira storto qualcosa».
Sara: «Io penso che stia facendo la vittima. È un suo vizio: sparisce, poi torna, poi piange, poi riaffonda. Mi ha stancata».
Marchino: «Ragazzi cosa è…


32. Colloquio 5.

Prompt Engineer a chi?

Ninsei non apriva LinkedIn da settimane. Lo usava come fosse un frigorifero in una casa dove non vai quasi mai: ogni tanto apri lo sportello, speri che ci sia qualcosa di nuovo, scopri che dentro c’è solo aria fredda e solitudine. Prima di sparire, però, aveva fatto la solita cosa disperata: aveva inviato il suo CV a tutto ciò che aveva la parola “creativo”, “junior”, “remote”, “flexible”, “AI”, “innovazione”, “new era” nel titolo. Una specie di roulette dell’errore (o dell’orrore se preferite). Tra queste richieste, un’azienda con un nome lunghissimo e vaporoso, AIMIND FutureLab & Consulting Division o una roba che suonava così, decise di contattarla.
Oggetto: “Candidatura Prompt Engineering — Colloquio preliminare”
Due parole che lei aveva sentito solo nei reel motivazionali in cui un tizio con microfono da gamer diceva: “Raga questo sarà il lavoro del futuro. Serve solo fantasia e capacità di parlare con l’AI”. Perfetto. Lei la fantasia ce l’aveva. La capacità di parlare pure, anche se…


33. Digital crime

Il mondo dopo il blackout.

Ninsei non lo aveva programmato.
Non era un gesto teatrale, né una vendetta, né un messaggio nascosto in cerca di interpretazione. Un pomeriggio, guardando il telefono vibrare per l’ennesima volta, ha semplicemente aperto WhatsApp, selezionato Deadline, cliccato sui tre puntini e:
Esci dal Gruppo
L’app le chiede conferma come se fosse un’azione irreversibile, una roba pericolosa, un comportamento da adulti irresponsabili, da terroristi.
Conferma.
Per la prima volta da anni, il riquadro dei messaggi diventa grigio. Niente più spunte, niente più opinioni, niente più giudizi travestiti da meme. È strano quanto un gesto così semplice, un semplice tap, possa sembrare un terremoto interiore. Nei giorni precedenti aveva solo letto titoli e anteprime, senza mai entrare.
[Oggi alle 17 meeting].
[Raga guardate questo reel].
[Che ansia la vita, giuro].
[Domani tutti in centro alle 6… ci mangiamo un Capatoast e poi tutti da me a vedere lʼultima di s].
La sua presenza era diventata un pallido “Ninsei ha visualizzato”. Una zombie digitale. Dopo la conferma di uscita, per un…


34. Colloquio 6. L’ultimo.

Be the Brand, not the Person. Missione: rappresentare quello che non capisco.

Ninsei non aveva dormito.
Non nel senso poetico, tipo non chiudo occhio e guardo la luna, ma nel senso letterale del termine: occhi aperti nel buio, pelle sudata, coperte attorcigliate alle gambe come se avesse combattuto una guerra invisibile. La notte era stata una giungla di incubi mescolati a flash delle azioni compiute: uscita dal gruppo, blocco sistematico, silenzio totale. Una parte di lei si chiedeva se avesse esagerato. Un’altra parte le rispose che, al contrario, avrebbe dovuto farlo mesi prima.
Alle 8:47, quando finalmente si era
addormentata, il telefono aveva vibrato. L’unica notifica superstite, una Email:
“Colloquio Brand Ambassador – Selezione Aperta”.
Il mondo le stava dicendo: “Non puoi scappare così facilmente”. Per un attimo ci pensò su, indecisa se affrontare questo ennesimo strazio o rifiutare senza alcun imbarazzo. Si alzò come un fantasma esausto, trascinando i piedi verso la cucina. Bevve un caffè che sapeva più di ansia che di arabica. Poi passò dieci minuti davanti all’armadio, oscillando tra “vado o non vado” “voglio sembrar viva” e “non voglio sembrare disperata”. Scelse di andare, così, solo per curiosità. Il colloquio era per il giorno stesso, ma lei era certa comunque del solito esito.
Scelse un outfit neutro: pantaloni neri, maglia pulita ma non troppo elegante, capelli raccolti che cercavano di nascondere il crollo psicologico della notte. Si era ripromessa di non guardare più il telefono, ma…


35. Untitled ( )

Dove finisce una persona quando nessuno la cerca?

La mattina del primo giorno di lavoro, quando avrebbe dovuto indossare il suo maglioncino neutro, prendere la metro troppo presto e presentarsi in quell’edificio di vetro dove l’attendevano un badge provvisorio e un sorriso corporate di benvenuto, Ninsei non si alzò. Non fu una decisione e neppure un atto di ribellione. Fu un crollo assimmetrico, un cedimento spontaneo della volontà. Il suo corpo rimase disteso nel letto come se avesse deciso autonomamente di non obbedire più alla mente.
Il solito carosello di sveglie era in modalità silenziosa. Il telefono, sul comodino, lampeggiava lentamente. Una luce bianca, ritmica, come un battito cardiaco artificiale.
Email con oggetto “CONFERMA PRESENZA”, sms preoccupati della recruiter, quattro chiamate perse, due messaggi del tipo “Stai arrivando?” e infine un passivo-aggressivo: “La aspettiamo, ci contatti appena può.”Ninsei non aprì nessuno di questi messaggi. Non lesse nessuna di quelle email. Non rispose. Non accennò nemmeno un gesto verso il telefono.
Era come se il suo nome, il suo passato, le sue aspettative, la sua identità stessa avessero perso peso, lasciandola sospesa in una gravità diversa, in un silenzio che non perseguita: inghiotte. Si alzò solo verso le due…


Epilogo. Una giornata senza orologio.

La luce del mattino filtra dalle persiane; è una luce che entra piano e riempie, non invade. È un gesto gentile, come una mano calda sul volto.

Una bambina ride da qualche parte nella casa, una risata che sembra un colpo di vento, una curva di felicità pura.
Sta correndo, come fanno i bambini quando non hanno ancora imparato a trattenere la gioia. Soledad ha sei anni e due occhi colore del mare che sembrano sapere sempre in anticipo quando sta per succedere qualcosa di bello. La casa è piccola ma solida, costruita su una roccia che guarda il mare. Non ha bisogno di serrature complicate o porte blindate, qui, nessuno ruba. In un luogo così, persino il tempo cammina piano.
Dalla cucina arriva l’odore di pane tostato e frutta. Qualcuno sta canticchiando una melodia francese, di quelle che parlano di amori trovati per caso e conservati come oggetti fragili. È la voce bassa di Patrick, un uomo che un tempo ha vissuto troppe vite, un pubblicitario pentito fuggito dai neon, dagli schermi, dalle riunioni e da clienti con l’alito di caffè e


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